La bottega del puparo

Molti anni fa viveva, a Palermo, un puparo senza figli. La bottega del vecchio maestro era la più bella e antica di tutta la città, le sue marionette le più raffinate di tutti i tempi e il suo teatrino il più rinomato dell’isola intera. Da ogni dove, grandi e piccini, giungevano per assistere agli spettacoli. Tra tutti i pupi del suo negozio, il prestigioso artigiano prediligeva una coppia di burattini innamorati: erano Rinaldo e Armida, il prode cavaliere dalle nobili imprese e la bellissima maga dagli occhi lucenti. Un giorno, proprio quando all’opera dei pupi si metteva in scena la storia d’amore di Armida e Rinaldo, si presentò al botteghino un povero ragazzino vestito di stracci.

“La prego gentile signore!” disse il giovincello con aria sincera “Vorrei tanto conoscere le imprese del prode Rinaldo, ma in tasca non ho che un mandarino e due miseri soldini. Per favore signor puparo, mi faccia entrare al suo teatrino!”

Il maestro puparo dal cuore gentile, impietosito dalle preghiere, porse al ragazzo un biglietto e lo fece accomodare in prima fila. Quel bimbetto, che in verità era un mago alle prime armi, in cambio del regalo tanto gradito, sbucciò il mandarino e ne donò al puparo uno spicchio.

“È magico!” disse “Può esaudire tutti i desideri di chi sa compiere una buona azione.”

Tornato a casa, l’artigiano avvolse il prezioso spicchio di mandarino in un fazzoletto di lino bianco e lo ripose sul ripiano più alto della credenza, lontano da sguardi indiscreti: voleva riservarsi quel dono per il momento del bisogno.

Passarono gli anni e il vecchio e instancabile puparo cominciò a sentire sulle sue spalle il peso del tempo: le mani rugose avevano perso l’agilità di un tempo e nessuno, a parte lui, sapeva muovere i fili dei cento burattini del suo negozio. Giunto quasi alla fine dei suoi giorni, preoccupato per il futuro del suo teatrino che presto sarebbe rimasto senza un puparo, l’anziano signore si ricordò allora dello spicchio di mandarino conservato gelosamente nella credenza. Quella sera stessa, chiusa a chiave la porta della bottega, andò a riprendere il magico dono dal suo nascondiglio. Era intatto, piccolo, gonfio e succoso. Il vecchio, senza pensarci due volte, lo mandò giù in un boccone. Strizzò gli occhi, arricciò il naso, schiocco le dita … ma non successe niente di niente. Allora si guardò intorno, riflettendo con calma. Tra tutti quei pupi, il suo sguardo incrociò gli occhi lucenti della dolce Armida. Il puparo si avvicinò alla sua marionetta prediletta e la baciò sulla fronte. Fu allora che la magia si compì: Armida, da burattino quale era, si trasformò in una fanciulla bellissima dagli ondulati capelli castani.

“Cosa hai fatto, mio puparo! Cosa hai fatto!” disse la giovane scoppiando in lacrime “Sono una donna adesso e il mio amato Rinaldo è rimasto un pupo, come faremo ad amarci così?”

Il vecchio artigiano, a sentire quelle parole, ebbe grande dolore: il teatrino era salvo, ma il prode Rinaldo e la bella Armida, i suoi pupi più cari, erano ora destinati all’infelicità eterna. Da quel momento la fanciulla trascorse i giorni nella tristezza, chiusa in bottega a governare i fili del suo Rinaldo.

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Continuamente lucidava l’armatura del prode guerriero, lo abbracciava, lo baciava e gli sussurrava parole d’amore. Allora il vecchio puparo, poco prima di spirare l’ultimo respiro, prese il pennello e dipinse una lacrima sulla guancia del cavaliere. Quando il maestro morì, Armida divenne pupara e si occupò di portare avanti l’attività del suo padrone. La bottega rimase la più bella di tutta Palermo, i burattini furono sempre i più raffinati, il teatrino il più rinomato dell’Isola e la bella Armida non smise mai di amare il suo pupo Rinaldo.

Gli anni passarono e anche il volto di Armida si fece rugoso. Caso volle che un giorno giungesse al botteghino un pover’uomo miseramente vestito, tenendo per mano i suoi figli.

“La prego gentile pupara, non ho soldi con me, lasci entrare i miei figli al suo teatrino, in cambio le darò lo spicchio di un magico mandarino! Me lo diede un ragazzo tant’anni orsono, esaudisce i desideri di compie un’azione benevola.”

Per la prima volta nella sua esistenza da umana, il viso di Armida s’illuminò in un sorriso: era giunto il momento del suo riscatto! L’uomo e i suoi figli occuparono quel giorno posti d’onore in teatro, risero a crepapelle e si divertirono un mondo. Alla fine dello spettacolo, una volta chiuso il teatrino, gli ospiti si recarono con la gentile pupara nel retrobottega. Fu l’uomo a mangiare lo spicchio succoso del magico mandarino, mentre Armida, con occhi commossi, porse la fronte. Bastò un bacio e tutta la tristezza, d’un colpo, svanì. La bella pupara, di nuovo marionetta, tornò ad amare l’adorato Rinaldo, i fili dei due mossi all’unisono nella stessa storia d’amore. Il povero mendicante ereditò l’intera bottega dei pupi e se ne occupò con grande dedizione insieme ai suoi figli. Uno di loro, ancora oggi a Palermo, continua a Palermo questa tradizione antica.

 

In copertina “Rinaldo e Armida”, Ettore  DE Maria Bergler

Galleria d’Arte Moderna, Palermo

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